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Pamela Anderson racconta a Venezia la sua battaglia più difficile
Pamela Anderson racconta a Venezia la sua battaglia più difficile
All’amfAR Gala Venezia, Pamela Anderson ha ricordato la diagnosi di epatite C ricevuta negli anni Novanta, la paura per i suoi figli e la successiva guarigione arrivata dopo una terapia innovativa
Pamela Anderson ha scelto Venezia per tornare a parlare di una delle pagine più difficili della sua vita, quella diagnosi di epatite C ricevuta quando aveva poco più di trent’anni e che, alla fine degli anni Novanta, aveva ancora il peso di una sentenza. Dal palco dell’amfAR Gala Venezia, dove ha ricevuto l’Award of Courage, l’attrice ha ripercorso quegli anni con una lucidità lontana dal vittimismo, raccontando quanto quella malattia abbia cambiato il suo modo di guardare al futuro. «Era una condanna a morte», ha ricordato, spiegando che il medico le aveva prospettato circa dieci anni di vita. Una frase destinata a imprimersi nella memoria di una donna allora giovane, madre di due bambini e già esposta a una popolarità internazionale che non lasciava molto spazio alla fragilità.
Anderson aveva scoperto di essere affetta dal virus negli anni Novanta e nel 2002 aveva deciso di rendere pubblica la sua condizione, raccontando di aver contratto l’epatite C condividendo un ago per tatuaggi con l’allora marito Tommy Lee, che secondo il suo racconto era portatore del virus. In quegli anni le possibilità terapeutiche erano profondamente diverse da quelle attuali e l’incertezza sul futuro entrò inevitabilmente nella sua quotidianità.
La paura più grande erano i figli
«Non era la paura di morire, ma quella di ciò che sarebbe potuto accadere ai miei figli piccoli», ha spiegato a Venezia, rivelando il vero centro di quella paura: Brandon Thomas e Dylan Jagger, ancora bambini, e il desiderio di poter essere presente nella loro vita. Una preoccupazione che, come ha ammesso, finì per condizionare molte delle sue decisioni.
La terapia e la guarigione
Il tempo, però, ha scritto una storia diversa da quella annunciata da quella diagnosi. Nel 2015 Anderson iniziò una terapia innovativa e pochi mesi più tardi annunciò di essere guarita, trasformando la propria esperienza anche in un messaggio di speranza per chi continuava a convivere con la malattia. Per curarsi, ha raccontato, arrivò persino a utilizzare i propri risparmi, consapevole dell’opportunità straordinaria che quella terapia rappresentava.
Dieci anni dopo quella guarigione, il suo racconto assume a Venezia un significato ancora più forte. Anderson non si presenta come una donna sconfitta dalla malattia, ma come qualcuno che ha attraversato la paura e ne è uscito diverso. «Non sono una vittima, sono una vincitrice», ha dichiarato, rivendicando una forza che forse, allora, non sapeva ancora di possedere.
Una storia trasformata in forza
È questa la parte più intensa della sua storia: non soltanto essere sopravvissuta a una diagnosi che sembrava poterle rubare il futuro, ma aver trasformato quella paura in consapevolezza. E oggi, davanti a un pubblico internazionale, Pamela Anderson può guardare a quella stagione della sua vita non più con gli occhi della donna a cui restavano dieci anni, ma con quelli di chi ha avuto il coraggio di andare molto più lontano.
A cura di Nora Taylor
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