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L’amore oltre il vuoto: il ritorno intimo di TAO con La mia droga

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L’amore oltre il vuoto: il ritorno intimo di TAO con La mia droga

Il cantautore milanese apre un nuovo capitolo editoriale, riallacciando il filo con la scrittura nella propria lingua d’origine

Ci sono percorsi in cui una sofferenza intima riesce a tramutarsi gradualmente in pura luce espressiva, lontano da proclami o facili scorciatoie. Per TAO, all’anagrafe Valerio Ziglioli, questa evoluzione personale scaturisce da una paternità non realizzata che ha saputo trovare il proprio compimento nella dedizione di ogni giorno, nel legame a due e nella creazione artistica. Nasce da questo snodo esistenziale “La mia droga”, il nuovo singolo pubblicato da Orangle Records che interrompe un digiuno discografico in lingua italiana lungo sedici anni e anticipa il futuro lavoro in studio, intitolato “L’ultima cosa dolce del mondo”.

Al fianco del cantautore e polistrumentista milanese troviamo un complice speciale: Andy, personalità poliedrica, voce, sassofonista e co-fondatore dei Bluvertigo, la cui impronta creativa ha inciso in maniera indelebile sulla storia del rock alternativo italiano.

La musica come salvezza interiore e la rinascita personale di TAO

TAO ph Press

TAO ph Press

Rimasta a lungo custodita in un cassetto nell’attesa del momento più adatto per venire alla luce, la canzone ricorre a una metafora solo apparentemente provocatoria. La sostanza raccontata nei versi non ha alcuna attinenza con la chimica o il consumo materiale: si tratta della musica medesima, considerata «la più nobile di tutte le arti», autentico salvagente nelle fasi più oscure della vita e presenza irrinunciabile da cui non si vuole guarire.

L’autore ha spiegato l’origine del brano con parole toccanti: «Per anni io e la mia compagna abbiamo cercato di avere un figlio, che non è mai arrivato – spiega TAO –. Poi ho capito che eravamo già in tre e che il figlio era il nostro amore. Anche una canzone, in fondo, è un figlio: dopo averla partorita devi prendertene cura e aiutarla ad andare nel mondo. “La Mia Droga” è rimasta a lungo nel cassetto; evidentemente aveva bisogno del suo tempo di gestazione prima di nascere davvero.»

All’interno del testo, il pensiero si fa immediato e condiviso: «La mia droga non è erba e neanche polvere bianca, non la puoi comperare neanche se hai miliardi in banca», rievocando quegli album capaci di offrire una casa a intere generazioni, rappresentando un linguaggio comune privo di giudizio. Nel finale, la visione si chiude sull’immagine suggestiva di una musica che «aspetta un bambino» e semina «note nel vento», trasformando il vuoto privato in un autentico dono per chi ascolta.

L’intesa artistica con Andy e una produzione autenticamente artigianale

Il sodalizio tra i due artisti va ben oltre la formula consueta dei duetti realizzati a distanza. Andy non si è limitato a una partecipazione di facciata, ma ha preso parte attiva agli arrangiamenti con il proprio cantato, i sintetizzatori e l’inconfondibile timbro del suo sax, infondendo nella traccia nette sfumature anni Ottanta.

A proposito di questo incontro, TAO ha ricordato: «Avevo immaginato Andy in questa canzone quando il progetto era ancora fermo – racconta ancora il cantautore –. Lo considero un musicista straordinario e un artista puro, uno che accetta di collaborare alle cose quando sente che sono vere. Ci siamo piaciuti e abbiamo lavorato in totale armonia. Non ho mai considerato il suo intervento un semplice featuring: il “bambino” è nato con grande gioia di entrambi.»

Una convergenza confermata dalle considerazioni dello stesso co-fondatore dei Bluvertigo: «Ho riconosciuto in “La mia droga” una storia vissuta e un rapporto con la musica che appartiene profondamente a TAO. Il brano aveva già un’identità ben definita e il nostro lavoro è consistito nell’ascoltarla e nel capire dove la mia voce e i miei strumenti potessero aprire altri spazi. Tutto è avvenuto in maniera naturale, libera e con una grande intesa.»

Anche sotto l’aspetto produttivo, il brano mette al centro un metodo rigorosamente artigianale. TAO ha suonato e curato personalmente chitarre, basso e batteria, occupandosi di arrangiamenti, produzione e missaggio senza alcun impiego di campionamenti preconfezionati, basi preconfezionate, intelligenza artificiale o correzioni digitali con autotune, compiendo una scelta etica prima ancora che stilistica.

Una visione ribadita con forza dal musicista: «Va bene la tecnologia, ma dobbiamo tornare ad ascoltare e a fare musica vera, senza trucchi. Oggi spesso non distinguiamo più ciò che è vero da ciò che è stato creato, o per meglio dire costruito, per sembrarlo. Sono stanco dell’ignoranza arrogante, della perdita del gusto e dell’eleganza. Possiamo parlare anche del male del mondo attraverso la musica, ma facciamolo con passione e poesia.»

L’evoluzione oltre il TAO Love Bus e il sodalizio con Orangle Records

Questo nuovo passo segna un cambiamento significativo anche sul fronte discografico: dopo una lunga storia di autoproduzione, l’artista approda nel roster di Orangle Records, etichetta con la quale ha stabilito un accordo a piena garanzia della propria autonomia espressiva.

Un percorso solido costruito su otto dischi, un documentario e oltre 1.500 esibizioni dal vivo nell’arco di diciannove anni. A partire dal 2007 il suo profilo è diventato inseparabile dal celebre TAO Love Bus, il furgone Volkswagen del 1974 adibito a palco itinerante con cui ha viaggiato lungo lo Stivale e in tutta l’Europa, collaborando con marchi prestigiosi come Volkswagen, Virgin Radio ed EICMA, oltre ad aprire i concerti di protagonisti internazionali quali Anastacia, Glenn Hughes, Eric Gales, Dr. Feelgood ed Eric Martin.

Un’identità visiva fortissima che a volte ha rischiato di mettere in secondo piano il lavoro dell’autore: «Non mi sono stancato di esibirmi a bordo del TAO Love Bus e non intendo fermarlo – tiene a precisare –. Quel pulmino mi ha permesso di raggiungere tantissime persone ed è una parte fondamentale della mia storia. Vorrei, però, essere riconosciuto anche per ciò che scrivo, suono e produco. Dietro “the man in a van” ci sono otto dischi e vent’anni di lavoro. Credo che canzoni come “La mia droga” meritino di essere ascoltate prima ancora di vedere il pulmino.»

Ad accompagnare questo capitolo è il videoclip ufficiale diretto da Gurkan Mehmet per Memo Media Production. Nonostante le riprese siano state realizzate in condizioni climatiche proibitive e con entrambi i protagonisti alle prese con l’influenza, il video mostra un’atmosfera vivace, ironica e dichiaratamente ispirata agli anni Ottanta, fedele riflesso della sintonia nata sul set.

Con “La mia droga” l’itinerario di TAO non si interrompe affatto: rimette semplicemente le canzoni al posto di guida.

A cura della redazione

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